Come un vasetto di kefir si trasforma nella Capramarta in salotto (e io non divorzio)

Il kefir di Amaltea

Chi segue il maso su facebook  si ricorderà che ero in cerca di un po’ di granuletti di Kefir, dopo averne letto su il pasto nudo, la mia Bibbia on line. E dopo aver fatto un veloce calcolo della quantità di yogurt che ci spariamo in casa in 5, da quando ho ufficialmente abolito il latte al mattino (solo il sabato e domenica, con la nonna che grida al misfatto e minaccia denunce per denutrizione di minori). Ho messo qualche post qua e là, e un sacco di persone gentili mi hanno contattata da tutta Italia. Ma alla fine il Kefir l’ho trovato da Marta, una delle mie Donne in Campo (ve ne parlerò). Marta ha un piccolo allevamento di capre camosciate in quel di Dro, che si chiama Amaltea. Le sue bellissime capre le donano il latte che lei usa per fare formaggi, che vende nei mercati contadini della zona. Insomma, ieri mattina vado da Marta, intenzionata a farmi dare un po’ di Kefir, armata di un vasetto di pasta madre (vedi mai che non ce l’ha), una bottiglia di sciroppo e un vasetto di marmellata di limoni hausgemacht. Dunque per l’occasione, visto che da qui mi muovo poco, e che il mio look da casa non si ispira, diciamo, a “Sex and the city”, decido che mi voglio mettere il cappottino nòvo che mi ha regalato il Bauer (chiaro messaggio sulla ormai prossima deriva matrimoniale, se continuo a vestirmi così). E anche uno stivale, va’, già che ci sono. Insomma, mi “tiro” un pochino…e vado da Marta. La quale, come si sa, in questo periodo è presa con i parti delle sue bimbe, quindi mi offre il caffè, ma dopo 5 minuti mi trascina nel recinto perché deve controllare chi partorisce, quando partorisce, perché partorisce…e insomma, io son fatta così, l’entusiasmo per lo stivale mi dura il giusto, ma un parto di capre!! E poi anche le mie sono (si spera) incinte, e quindi faccio pratica, e quindi entro nel recinto, mi sfilo il cappottino (a quello ci tengo, eh?!?), mi tiro su le maniche del maglioncino e via…in realtà la capretta si arrangia, io mi limito a guardare e ad aiutare Marta a portarne un paio nei box. Ma ormai son partita, non mi reggo, la bambola è in moto, il kefir per il momento dimenticato e la febbre caprina si scatena. Perché la febbre caprina è bastarda: io lo so che ne ho già 4 e sono pure troppe, che l’anno scorso è stato un disastro, che se mi vanno nel campo mi fanno il pari, che mungere, pulire, nutrire, pascolare, separare, fare il formaggio sono inutili perdite di tempo nella stagione degli ortaggi (tanto più che ne posso comprare di buonissimo qui intorno)…ma la febbre non perdona, le capre di Marta sono splendide, e lei deve dare via alcune piccole (che fra parentesi vanno allattate…ehm!). E quindi io che faccio? eh?!? Che faccio?

Ma come si fa?

Faccio che me ne carico una in macchina (insieme al Kefir), decido che si chiama Capramarta (detta Marta), e torno a casa.
Sorvolo con stile sulla reazione del Bauer (ma si sa, gli uomini a volte hanno reazioni esagerate per le cose più banali, tipo, chessò, la moglie che torna a casa con un capretto da svezzare!! E poi siamo noi le nevrotiche!).
Tutto questa vicenda mi rafforza in una convinzione che si sta facendo strada da un po’ di tempo in me, in noi, confortata anche da numerose conferme di altri. Una volta imboccata all’indietro la strada della produzione del cibo dall’origine, si scatena il sapiens sapiens che abbiamo dentro, non possiamo più smettere, diventa dipendenza, fissa, paranoia, chiamatela come vi pare. Che sia il pane naturale, lo yogurt, il formaggio, gli utensili di legno, un orto…farci le cose da soli risponde ad un’esigenza atavica insopprimibile, che secondo me non sta nel settore “cultura”, ma ficcata dritta dritta in quello “biologia”. E la dimostrazione è:

Capramarta in salotto che mi mangia le orchidee!!


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