Steiner e il buon appetito

Non di agricoltura vi parlo oggi, ma di un’abitudine che ho introdotto in casa da qualche anno, grazie alla visita di una Scuola Waldorf al Mas del Saro. 
Ero molto curiosa: mi interesso ogni tanto di pedagogia steineriana e cerco di partecipare alle loro iniziative. Apre la mente. Ammetto che alcuni aspetti mi lasciano perplessa, e temo siano aspetti abbastanza fondamentali per poter condividere un percorso educativo.
Lo dico senza vergogna: io NON sono spirituale! Non lo sono per educazione ricevuta, non lo sono in senso religioso e nemmeno in senso lato. Non sono nemmeno una iper-razionale come il Bauer…ma non mi sentirete mai dire la classica frase (che mi fa venire l’orticaria) “non sono religiosa, ma ho una mia spiritualità”. Beh, io non ce l’ho! Mi manca l’organo dello spirito. E quindi come farei a mandare i figli in una scuola dove l’aspetto spirituale è così importante? 
E poi diciamolo: io non sono una mamma steineriana. Sbavo d’invidia quando le vedo sempre serafiche (e io sbraito), sanno fare tutto e lo fanno sempre con i figlioli al seguito (ammetto: ogni tanto non vedo l’ora che qualcuno me li tolga di torno, i miei…), non gli hanno mai dato l’antibiotico (il piccolo Bauer l’ho riempito, ma insomma, era il primo…), mai una merendina, mai un bastoncino Findus (sì, sì le compro le schifezze…e pure con il senso di colpa! Cheppalle). I figlioli vestiti con bellissime cose fatte in casa, selvaggi ma civili, colorati. A volte un tantino didattiche, va detto. Ma insomma, a me piacciono e tutte le volte che ne frequento una mi riprometto di migliorare (o quantomeno abbassare i decibel della voce: come vorrei imparare ad incazzarmi sottovoce!).
Ed ecco, una classe della Scuola Steiner di Trento viene a passare una giornata al Maso!
Una bellissima giornata e un’esperienza che non ho dimenticato: mi ha colpito soprattutto come i maestri, pur presenti e attenti, stessero in disparte. I veri protagonisti erano i bimbi, liberi di esprimersi e di commentare (educatamente) quello che facevamo. 
Ma la cosa più bella, e qui volevo arrivare, è stata il momento del pranzo al sacco. Di solito, e mi dispiace dirlo, il momento del pasto con le classi è una specie di  assalto alla diligenza: bimbi sparsi ovunque che si avventano sui panini, gruppetti scollegati, cibo confezionato che viene ingollato in disordine. 
Ma loro no: i maestri li hanno fatti mettere in cerchio, hanno detto una breve poesia 
“Terra tu il grano hai dato,
 Sole tu l’hai maturato,
cara Terra, Sole amato,
 il mio cuor vi è tanto grato”

e poi hanno cominciato a scambiarsi piccole porzioni di cibo. Hanno cominciato a mangiare solo quando tutti erano pronti. Tutte queste manovre pre-pasto hanno avuto l’evidente effetto di calmare l’eccitazione e il risultato è stato, secondo me, un approccio diverso, più ragionato. 
Mi sono esaltata (ma va’?) e la sera ho proposto la poesiola alla famiglia: apriti cielo!! Il Bauer ha minacciato gravi rappresaglie e sabotaggi…non c’è stato verso.
Allora ho ripiegato: va bene, non mi fate dire la poesiola? Però d’ora in avanti guai a chi comincia a mangiare appena ha il cibo nel piatto. Si aspetta che chi ha cucinato si sieda, si dice “buon appetito” e solo dopo si può cominciare.
La cosa ha avuto talmente tanto successo, che i più rigidi sono proprio i bimbi: fanno la ramanzina pure agli ospiti, se non aspettano!! E questo dimostra che il tanto invocato bisogno di ordine e ritualità non è una paturnia da pedagoghi. 


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